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  • dal 25 Luglio 2010 al 14 Agosto 2010
  • Caffè Letterario La Galleria
  • Via Mandralisca

 

"Jazz e Musica": personale di Giusy Cannizzaro

Giusy Cannizzaro nasce a Caltanissetta dove vive e lavora. Autodidatta e incessante sperimentatrice ha negli anni maturato la sua tecnica pittorica. La sua esperienza artistica ha trovato uno spazio fruibile attraverso la partecipazione a numerose mostre personali e collettive, che hanno suscitato il consenso sia della critica che del pubblico. La sua sensibilità artistica nel tempo ha prodotto una ricerca personale che è maturata nello stretto legame dell’artista con il mondo della musica e del sogno. Osservando attentamente i suoi quadri si scopre che al posto della tela c’è una iuta spessa e giallina, talora con impresse delle lettere che garbatamente si sovrappongono allo stesso dipinto e lo completano, questa costituisce la particolarità della pittura dell’artista.

Le immagini rappresentate evocano l’universo delle note, del ritmo, del suono, del canto sono il  leit-motiv della sua attuale produzione. Su questo universo Giusi Cannizzaro ripropone gli strumenti a fiato, i violini, i musicisti; tratteggia amabilmente immagini sfumate, frammentate; rappresenta una personale e condivisibile emozione; propone una serie di metafore, espressione, per dirla con André Breton, della “sua totale esplosione lirica”. La sua produzione sviluppa e approfondisce il tema dominante ritmi e note in una costante metamorfosi tecnica, che si manifesta concretamente nelle jute. Ritmo e magia aprono uno scenario che celebra il nostro essere hic et nunc.

La tecnica della frammentazione, più evidente nella precedente produzione, cede il posto ad un diverso uso dello spazio, in quanto ricuce sempre più i frammenti. Il dinamismo impresso nella frammentazione, apparentemente separa zone ed eventi, senza imporre limiti e fissità strutturali, fa vibrare le corde dell’anima raggiungendo la sfera emotiva di colui che si sofferma, di colui che osserva. Certamente può dirsi una pittura degli stati d’animo, in quanto gli stati d’animo subiscono un processo di cristallizzazione sulla superficie pittorica.

Le parole che appartengono alla juta finiscono col diventare parte integrante del quadro e non si riferiscono ad una dimensione supplementare; la parola diventa immagine, si trasforma in immagine e perde il suo significato originario.

Le figure speculari popolano la scena tra l’onirico e il reale; figure che sembrano trasportate da una forza invisibile, vibrante di note musicali, che regalano movimento ai corpi. I contrasti semplificano spesso i lineamenti, l’effetto creato e di gran fascino e la contrapposizione cromatica produce una nitida alternanza tra chiaro e scuro, tra caldo e freddo. L’intensità della luce crea forti ombre ed un cangiantismo di colori più accentuato in alcune figure,grazie ad un cromatismo che accoglie i toni del blu intenso, del tetro nero, del giallo, del bianco luminoso, del rosso porpora. Gli uomini senza volto, i manichini nella loro alterità, mantengono una certa distanza dallo spettatore, la mancata caratterizzazione dei volti sposta l’attenzione dell’osservatore, per cui quella individualità negata si riconcilia nella percezione delle vibrazioni sonore. Tali immagini giovano, perché invitano a raccogliersi, a recuperare le sequenze di note in una solitudine a cui sommessamente ciascuno a suo modo può partecipare; solitudine come incontro con se stessi, anche per un solo attimo, senza incontrare nessuno per sentire le note; quelle note, le tue note.

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